30^ Domenica del Tempo Ordinario

RICORDI


Sì, ricordi.

Forse ri-cordare significa riportare alcune esperienze alla memoria del cuore. A me i ricordi sembrano il respiro del cuore. Il respiro dà vita.

Allora non si tratta di rimpianto e neppure soltanto di nostalgia ma significa riportare in superficie ciò che si è inciso nel cuore, ciò che ha formato il nostro cuore, ciò che ha orientato e orienta la nostra vita. 

È  per questo che ho domandato a Fiorenzo di scrivere qualche ricordo opportuno per questi giorni in cui ci prepariamo a vivere la Solennità dei Santi e la Commemorazione dei defunti. Dicevo che non è un tentativo di riportare all’oggi le abitudini di un tempo, anche se questo non sarebbe poi così… fuori tempo! È soltanto una ricerca dei valori che stavano e stanno nascosti sotto le tradizioni e che ancora oggi possono essere riscoperti e vissuti con modalità diverse. Quali valori?

La serietà della vita che ha un inizio ed un termine su questa terra ma che si proietta verso un futuro  pieno di luce e di gioia. Una vita, una volta accesa, resta accesa per sempre. La vita infatti è una strada che va verso l’infinito e l’eterno, grazie alla bontà di Dio che ci ha resi figli suoi. La relazione di amore che Egli ha con noi è garanzia di vita eterna.

Andare al camposanto significa anche rendersi conto di queste realtà. È un segno di amore verso coloro che hanno vissuto legami di sangue, di amicizia, di affetto con  noi. Pregare per loro è un modo di sentire ancora vivo il nostro rapporto con loro. È un gesto di riconoscenza verso di loro. Tutto questo può essere insegnato anche oggi  ai bambini portandoli a fare una visita al cimitero. Non subiranno un trauma per questo. Esorcizzare la morte è una delle grandi mistificazioni di oggi. Crea degli illusi. Alle volte sono più eloquenti i gesti che le parole che li spiegano. Sono anche questi i valori che vogliamo trasmettere in queste ricorrenze: la fede nella vita eterna, la riconoscenza verso i nostri cari, la verità della vita che incontra anche il limite. Con questo sguardo leggiamo oggi quanto ci viene raccontato.      

                                                                                                                                              Don Luciano

 

 

QUANDO ERO BAMBINO……

Il cimitero a me, da bambino, metteva sempre un po' di paura.

Quando ci passavo davanti da solo con la bicicletta, mi avvicinavo con cautela e poi all'altezza del viale d'ingresso, contornato da alti cipressi, scattavo pigiando sui pedali a tutta forza e sfrecciavo davanti allo stesso con la massima velocità possibile, finché non lo avevo completamente superato. Eppure al cimitero ci andavo spesso. Facendo il chierichetto nel piccolo paese dove sono nato, era praticamente d'obbligo servire durante i funerali. Per i più piccoli l'impegno consisteva nel reggere il secchiello dell’acqua benedetta in prossimità della tomba finché i figli del sacrestano, incaricati di scavare la fossa a mano (erano anni in cui gli escavatori erano ancora un miraggio) mi facevano cenno che era oramai arrivata anche per me l'ora di rientrare a casa. Loro così, non senza aver prima messo generosamente mano al fiasco, seminascosto dietro a qualche lapide, potevano procedere con il lavoro di tumulazione.

I funerali erano piuttosto numerosi per un paese così piccolo, circa uno al mese, ma per noi bambini erano, se così si può dire, fonte anche di un facile piccolo "guadagno". Questa era una nota perlomeno positiva in un triste momento.


Infatti era consuetudine dare una piccola mancia ai chierichetti che servivano durante il funerale. Non importava quanto i famigliari del defunto dessero, era la "prospettiva" del gelato o di qualche caramella che allietava i nostri piccoli cuori. L'esperienza poi suggeriva che di solito la mancetta, equamente distribuita dal sacrestano, era inversamente proporzionale alla "ricchezza" della famiglia del defunto. Di solito chi meno poteva più dava, quasi come segno di riconoscenza per l'attenzione e lo scrupolo con cui svolgevamo il nostro servizio, anche in presenza di una persona umile e povera. Ad ogni modo l'occhio dell'anziano sacrestano era sempre presente e da noi pretendeva attenzione e disciplina costante. Servire ad un funerale era importante quanto la Messa di Pasqua o la processione nella festa del Perdono della Madonna a settembre.


Durante la settimana che precedeva la festa di "Ognissanti" le maestre ci facevano recitare all'inizio e alla fine delle lezioni la preghiera "L'eterno riposo", in aggiunta alla tradizionale "Ave Maria", in ricordo di tutti i defunti e poi, scegliendo una giornata non piovosa ci  portavano al cimitero, che si trovava dalla parte opposta del piccolo paese dove abitavo.

Il piccolo corteo era aperto dai bambini della prima classe e in scala, in ordine d'età seguivano tutti gli altri, con Elena la bidella che sorvegliava i più grandi, di solito i più discoli. Se durante il tragitto non mancavano i dispetti reciproci e le reprimende delle maestre, una volta varcato il portone del cimitero, il tono delle voci si abbassava senza che nessuno reclamasse il silenzio. Anche i passi si facevano più circospetti, felpati sulla ghiaia del viale, come se si stesse entrando in una camera da letto mentre qualcuno stava dormendo. Al cimitero sostavamo al centro dove sorgeva una grande fossa comune in cemento. Lì erano raccolte le ossa dei defunti di "vecchia data" e, si diceva, dei soldati caduti durante la Grande Guerra. Accanto alla fossa c'era una grande croce, ai piedi della stessa era collocata una piccola, povera lapide in marmo bianco oramai intaccata da macchie di muschio, che portava incisi un elmetto, la nostra bandiera, dei fucili incrociati, una spada e una croce contornata da una corona di spine. Tutti gli anni i bambini della quinta classe ravvivavano con i pastelli a cera i colori oramai sbiaditi di quelle immagini incise sul marmo, mentre tutti gli altri osservavano in religioso silenzio il lavoro dei compagni più grandi. Poi, dopo aver recitato le preghiere aiutavamo a pulire la piccola cappella del cimitero che veniva aperta solo in pochissime occasioni e dove si recitavano i vespri nel giorno di Tutti i Santi.


Non serviva nessun ordine, quasi automaticamente si metteva mano alle scope e agli spazzoloni; c'era chi spolverava i banchi, chi puliva l'altare, chi andava a prendere l'acqua per i vasi, chi portava i fiori, chi si occupava dei candelabri e delle candele, chi toglieva le erbacce dal viale principale inghiaiato del cimitero. Era una gara a rendere più accogliente e più bello quel luogo solitario e pur sempre presente nella nostra mente. I più piccoli imparavano dai grandi e si mettevano a loro servizio, con le maestre che osservavano da lontano, lasciando libera mano alla fantasia e alla creatività di noi bambini.  Non mancava la sosta davanti alle tombe dei propri famigliari più prossimi, solitamente i nonni, e ci si congedava da loro con una veloce preghiera e con un bacio alla loro foto sulla lapide. Per qualcuno di noi il lavoro sarebbe continuato nel pomeriggio: l'angolo sud-ovest del cimitero era infatti riservato alle piccole tombe dei bambini: "al simiteri dai frùs". Le tombe infatti, segnate o da una croce in legno o da una piccola lapide, posata sul muro di cinta erano appena, appena accennate e andavano ogni anno liberate dall'erba e riportate ad uno stato dignitoso. Una di quelle piccole tombe era di una mia sorella, che nata prematura di prima mattina, non ce l'aveva fatta a superare nemmeno la giornata. L'incubatrice in ospedale sarebbe arrivata solo l'anno seguente; troppo tardi per lei.


Oggi quell'angolo del cimitero, per fortuna, non esiste più.

Verso le undici si faceva un orgoglioso ritorno a scuola ma, come di consueto, se ci eravamo comportati bene, e sempre è successo nei cinque anni delle mie elementari, le maestre non ci facevano rientrare in classe, prolungando la ricreazione fino all'ora di uscita dalla scuola. Per una volta tanto ce lo eravamo ben meritato.

Fiorenzo Bolzon