Terza Domenica di Quaresima

Ogni domenica viene presentata una pagina del Vangelo di Marco diversa da quella che leggiamo nella Liturgia della Messa per poter così gustare in abbondanza la Parola di Dio anche attraverso la riflessione e la testimonianza di varie persone. L’esperienza degli altri è sempre una ricchezza per tutti.

“Voce alla Parola”

“Guardate e vedete. Guardate e vedete il vostro fratello e la vostra sorella e non solo in casa vostra. Guardate e vedete. Guardate e vedete, ovunque vi sono persone affamate che vi fissano, ovunque vi sono persone nude che vi fissano, ovunque vi sono senza tetto che vi fissano. Non volgete le spalle ai poveri, poiché i poveri sono Cristo”. Introdotti alla riflessione da questo invito lasciatoci dalla Beata Madre Teresa di Calcutta, straordinaria messaggera dell’amore di Dio dei nostri giorni, predisponiamo il nostro cuore all’ascolto della parola di Dio e leggiamo - ricordandoci che nella preghiera siamo noi che parliamo con Dio, mentre nella lettura è Dio che ci parla - Mc 10, 46-52 (Il cieco di Gerico).

E giunsero a Gerico. […]Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». […].


L’Evangelista riferisce l’ultimo miracolo che Gesù compie, al termine di una serie d’insegnamenti morali, nell’ultima tappa del suo viaggio, prima di entrare in Gerusalemme dove lo attende la morte. Siamo a Gerico, forse la città più antica del mondo, luogo in cui è giunta la comitiva di Gesù. Tutto è incentrato sull’incontro di un cieco (Bartimeo) con Gesù. Un incontro che per il non vedente rappresenta un cambiamento radicale della sua vita. Prima, da mendicante e disabile, egli è ai margini della società, poi, guarito fisicamente, è al seguito di Gesù, come discepolo, verso Gerusalemme.  Tra tutti i guariti è l’unico che segue il Maestro.

“Sentendo che era Gesù Nazzareno, (Egli) cominciò a gridare: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” L’invocazione ostinata, osteggiata peraltro da molti tra la folla, è già una professione di fede. Si rivolge, infatti, a Gesù, chiamandolo figlio di Davide, titolo popolare del Messia.  Bartimeo (che vuol dire figlio di Timeo) è l’unico nel Vangelo di Marco che chiama Gesù per nome. Esprime “fiducia e venerazione nella potenza dell’Inviato di Dio e nella forza del suo nome (Gesù= Il Signore salva) ”. Da cieco, vede in Gesù quello che i vedenti non sanno vedere. Il suo grido non sfugge a Gesù, che “si fermò e disse: Chiamatelo!” Gesù quindi non rimane insensibile alla richiesta del cieco, desidera incontrarlo, e coinvolge in questo anche gli altri.  Infatti, “la chiamata di Gesù non giunge direttamente al cieco, c'è qualcuno incaricato di trasmetterla. Questi mediatori rappresentano gli autentici seguaci di Cristo, sensibili al grido di chi cerca la luce. Sono coloro che dedicano gran parte del proprio tempo all'ascolto dei problemi dei fratelli in difficoltà, che hanno sempre parole di incoraggiamento, che indicano ai ciechi il cammino che conduce al Maestro" (Padre F. Armellini).

Bartimeo getta via “il suo mantello”, simbolo della sua sicurezza, sino a quel momento, e unico riparo, balza in piedi (quando siamo chiamati, non possiamo indugiare) e, alla domanda incoraggiante che Gesù gli rivolge, così risponde: “Rabbunì, (ovvero maestro mio) che io veda di nuovo!”, manifestando ciò che gli sta a cuore, e dimostrando già la sua volontà di divenire discepolo. “Va’, la tua fede ti ha salvato” è la risposta di Gesù. Questi ha dunque donato al non vedente, guarendolo dalla cecità, la libertà di movimento e ha riconosciuto, nel comportamento dell’infermo, la condizione perché il miracolo si compia. Questa condizione, come abbiamo ascoltato, è la fede. Una forza che va oltre la guarigione fisica e dona la salvezza. Il cieco, guarito, prende a seguire Gesù verso Gerusalemme.


Il miracolo narratoci è l’appello a prendere coscienza di quello che realmente vogliamo, ad acquisire la libertà di domandare, da bisognosi quali realmente siamo, e ad accogliere la fede, dono personale di Dio, coltivandola e sostenendola. Troviamo il coraggio di esporre al Signore la nostra cecità di ogni giorno e di chiedere la forza del distacco (da tanti pesi fastidiosi e inutili) e la luce per vedere persone e cose secondo l’ottica di Dio. Ciascuno di noi faccia propria la domanda del figlio di Timeo. 

La Quaresima in corso sia per tutti noi un itinerario di conversione e di crescita spirituale, un tempo provvidenziale di preparazione alla Pasqua del Signore, un tempo propizio per riscoprire – attraverso “l’amorosa frequentazione quotidiana della Parola”, la vigilanza e la preghiera, il sostegno e l’incoraggiamento reciproco - l’essenza del Cristianesimo.           

 

FESTEGGIARE  RIFLETTERE  PREGARE

L'8 marzo non è tanto un giorno per festeggiare ma piuttosto un'occasione per pregare e riflettere, sulle condizioni di tantissime donne nel mondo.... e nemmeno tanto lontane da noi...

Le schiave bambine, le donne maltrattate e abusate, le donne invisibili,

quelle sfruttate e vendute, le donne torturate, le bambine mutilate,

le donne che non possono studiare, né parlare, né scegliersi il marito,

le donne considerate solo una proprietà alla pari di un cavallo o un campo,

le donne disperate che non riescono a sfamare i propri figli,

quelle sfigurate, molestate, perseguitate, uccise... nel corpo o nello spirito....


GRAZIE

"Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! 

Con la percezione che è propria della tua femminilità, tu arricchisci 

la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani ".

" Grazie a te, donna sorella, che porti nel complesso della vita sociale le ricchezze della sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità, della tua costanza ".

(Giovanni Paolo II)