Seconda Domenica di Pasqua

Seconda Domenica di Pasqua - 2015
Seconda Domenica di Pasqua - 2015

Voce alla Parola

Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. (Mc 16,8).

Nel chiarore del primo mattino, la devota sollecitudine di tre donne per il corpo del Maestro, il peso della pietra sepolcrale che gravava sulle loro domande, l’ordine apparente delle circostanze, sono spazzati via dal conciso racconto di un giovane ignoto vestito di bianco. In lui pare riflettersi la luce crescente dell’ “ottavo giorno” - appena sorto sul tempo del mondo - il fulgore della Risurrezione che scardina ogni presunto sapere.

Conciso ed essenziale, il Vangelo di Marco volge al termine: qui, la sintesi ispirata del suo racconto - ancora e per l’ultima volta - scrive di un’emozione vibrante, che sollecita e attrae: lo stupore. Forse nella brevità del racconto di Marco risplende più vivo, ma ricorre più volte anche in Matteo e Luca, sempre in circostanze di particolare intensità, di domande sbigottite, di avvenimenti che oltrepassano l’insufficiente esperienza degli uomini. Lo Spirito Santo, “autore principale” delle Sacre Scritture, riserva ai racconti evangelici il privilegio, la prerogativa di questa ricorrente emozione.


Al cospetto di Gesù - Maestro di vera sapienza e autore potente di Bene, Figlio del Benedetto, Parola - Vita - Bontà e splendore dell’Altissimo, silenzio innocente, carne e sangue di Dio e dell’uomo - lo stupore eclissa i secoli e coinvolge i credenti di ogni tempo: diméntichi di sé, sorpresi dall’Onnipotente, sono trattenuti nello sguardo del Signore,  nell’adorazione; un incontro di rivelazione e nostalgìa, con il sapore intenso della vita rianimata dall’epifanìa di un Amore che attende. E…ha bisogno del nostro stupore quando lo cerchiamo e lo troviamo lì, ad aspettarci. (Papa Francesco)


Immersi nei giorni eterni della Pasqua, ci tratteniamo un momento a riscoprire una sensazione familiare all’infanzia, alla poesia, alla meditazione delle anime afferrate dal mistero di Dio, vicina alla più profonda - e comune - intimità umana. Fratello della meraviglia, amico del silenzio e della contemplazione, lo stupore afferra all’improvviso come uno strappo nell’abitudine del consueto, del presente appannato,  sospende la fatica dell’esistere, l’oscurità e il dolore, il logorìo dell’orizzonte materiale quotidiano; breve e intenso, sa imprimere una traccia profonda e indelebile nell’anima: sbriciola le parole, sbiadisce il linguaggio usato al cospetto dell’indicibile, rivela - senza didascalìe - il mistero, ne schiude un dettaglio, come un respiro limpido di eterno e infinito, vicino e remotissimo. Apre uno “spazio” inatteso, puro, la novità di un orizzonte inaspettato. Incanta e trasforma, non inebetisce. Ci possiede.


E che non sia infondato il timore, per i nostri tempi inquieti e spesso assordanti, di non saper ritrovare - insieme - il senso del sacro e dello stupore? Che davvero le nostre liturgie composte e accurate abbiano smarrito questa interiore attitudine nella preghiera, nel sentirsi davanti a Dio, di fronte all’incontro con la vastità del suo mistero di salvezza in Cristo e, di più, verso l’Eucaristìa?

Come nei pensieri espressi dal santo padre Francesco di recente e già da un decennio. Di “stupore eucaristico” scrisse Giovanni Paolo 2° nell’ ultima lettera enciclica del suo pontificato - Ecclesia de Eucharistia - con il desiderio di “ridestarlo” , con il pensiero alla misteriosa contemporaneità che - nel dono dell’ Eucaristìa - Gesù ha istituito fra il Triduo della sua Passione e Risurrezione e lo scorrere di tutti i secoli.


Eppure, questa emozione dell’anima - evocata e invocata, reverente e devota - non riguarda soltanto Dio; ancora il nostro papa “polacco”, in un’altra enciclica - Redemptor hominis, la prima - scriveva:

Quel profondo stupore riguardo al valore e alla dignità dell’uomo si chiama Vangelo, cioè la Buona Novella. Si chiama anche Cristianesimo. Questo stupore giustifica la missione della chiesa nel mondo, anche, e forse di più ancora,<< nel mondo contemporaneo >>. Questo stupore…è strettamente collegato a Cristo.


Se leggiamo, dal Concilio Vaticano 2° (Gaudium et Spes 22):

Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.

E se i lineamenti del Signore Gesù ci ricordano che ogni persona umana è un autoritratto di Dio, suo interlocutore nel tempo della storia terrena, sappiamo di dovere - sempre più - trasformare la nostra vita personale - cuore, mente, volontà - le nostre relazioni umane, la nostra comprensione di quanto fortemente siano uniti alla Croce i due Comandamenti evangelici dell’unico Amore. Lo stupore della fede rammenta allo spasimo della nostra ragione che sempre - sempre - il mistero di Dio ci precede e rimane - oltre lo spazio, il tempo e ogni nostro dire -.


Per Lui solo, per le sue meraviglie, per la sua presenza viva, luminosa e forte, dobbiamo invocare lo stupore: Dio ce ne faccia dono - impegnativo, esigente - per trattenerci e rivelarci ancora qualche cosa di sé, del suo amore e timore, del suo perdonare; ci insegni la gratitudine e non lasci inaridire - confinate nelle parole - le nostre preghiere: per la grazia del suo Santo Spirito non vadano perdute.


Alla Regina del cielo, esultando con lei per la Risurrezione promessa del suo Figlio, diciamo:

O Santa Madre del Redentore, porta dei cieli, stella del mare, soccorri il tuo popolo che anela a risorgere. Tu che accogliendo il saluto dell’angelo, nello stupore di tutto il creato, hai generato il tuo Creatore, Madre sempre vergine, pietà di noi peccatori.

Francesca e Giuseppe