Terza Domenica di Pasqua

VOCE ALLA PAROLA

 

Quando vedrò il suo volto?

Quello di Marco è il più breve dei Vangeli. Anche nel presentare le apparizioni di Gesù risorto ai discepoli è il più conciso:

«Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demòni...

Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch'essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere. Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato» (Mc 16, 9-14).

 

Il testo è chiaro: gli apostoli fanno fatica a credere alla risurrezione di Gesù perché hanno il cuore duro. Questo non indica un cuore malvagio, ma piuttosto un cuore che non riesce ad abbandonarsi nelle mani di Dio, forse perché ha sofferto troppo ed è prigioniero dei pregiudizi. Ma c’è di più.

Dio è Luce al di sopra di ogni luce, così semplice e intensa che qualunque occhio è incapace di fissarla. La situazione è simile a quella di un cieco che non avendo mai visto la luce è tentato di credere che la luce non esista. Non stupisce quindi che Paolo, incontrando Gesù Risorto sulla via per Damasco, rimanga cieco anche negli occhi del corpo. Questa è un’esperienza che prende tutto l’uomo, spirito anima e corpo. Ad essa è chiamato ogni uomo, che come Mosè chiede «“Mostrami la tua Gloria!”. Rispose [il Signore]: “Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia”. Soggiunse: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”. Aggiunse il Signore: “Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere”» (Es 33,18-23).


Quello che Mosè aveva chiesto sul monte Oreb, cominciò ad essergli svelato su un altro monte, il Tabor: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù» (Mc 9,2-4). Ma questa esperienza di rivelazione divenne piena solo nella Pasqua di Gesù, perché la mano che copriva Mosé nella caverna fu forata sul Calvario: chi avrà il coraggio di scrutare attraverso quell’apertura? Poiché non era possibile vedere il volto di Dio senza morire, Dio stesso morì sulla croce, per discendere nel regno della morte e farsi vedere dall’uomo… e così la sete di Mosè e di tutti i giusti che speravano fu appagata oltre ogni attesa. Sia sul Tabor prima della Pasqua, che nel cenacolo dopo la Pasqua c’erano gli apostoli. Non è un caso che essi siano sempre menzionati nella preghiera eucaristica, in cui il sacerdote chiede a Dio Padre di mutare il vino e il pane nel Corpo e nel Sangue del Signore crocifisso e risorto. È sulla loro personale relazione con Gesù che poggia la fede della Chiesa; solo inserendosi in essa è possibile incontrare veramente Gesù. Infatti l’Apocalisse, descrivendo la Gerusalemme che viene dal Cielo, figura del Paradiso, osserva che «le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (Ap21, 14).


Ebbene sì, proprio questi uomini dal cuore indurito e stanco che riempiono di gaffes i vangeli sono simbolicamente quella roccia dura a cui si riferiva il Signore quando disse a Mosè: «Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà» (Es 17, 6). Vi erano molti altri uomini più santi e maturi di loro, ma non vennero scelti, affinché si manifestasse quanto detto dal Signore: «Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia». Ma questa grazia e misericordia fu data a loro perché chiunque si umiliasse accostandosi alla loro povertà potesse bere: «E disse loro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”» (Mc 16,15-16).


Davanti a Dio non si possono far valere pretese e diritti: Egli ascolta solo i mendicanti. Umiliamoci confessando i nostri peccati ai sacerdoti che sono stai costituiti dalla parola degli apostoli. Umiliamoci sedendo alla mensa trasmessaci dagli apostoli che è la Santa Messa, in cui è ripresentato l’unico e perfetto Sacrificio che Cristo ha offerto sulla croce. Anche se il coro è stonato e non va a tempo, anche se il prete si è ingarbugliato nella predica e non la finisce più, anche se i bambini strillano e fanno un po’ di confusione… ognuno deve far la sua parte perché queste cose possibilmente…. non succedano, per amor di Dio e del prossimo. Ma anche quando tutto congiura per annebbiare il mistero che si compie sull’altare, il nostro accettare umilmente la realtà ci renderà accetti al nostro Dio. Dice infatti S. Tommaso d’Aquino: «Si sta davanti a Dio come si sta davanti alla realtà».

Paolo G.